grok

Libri, Film

 

14/03/2005

Equazioni letterarie

da I Love Books:
moby dick - genius = jaws
Stephen King - HP Lovecraft = Don Delillo
Gravity's Rainbow - The Crying of Lot 49 = Infinite Jest

Sto cercando di capire se si riesce a stendere qualche formuletta anche con la nostra letteratura, ma adesso ho sonno e non mi viene in mente niente.

22:30 | commenti (5)

07/03/2005

L'opera galleggiante di Steve Zissou
Pazzesco, scanzonato, allegro e euforicamente sconclusionato. Uno spassosissimo (e secondo me molto riuscito) esempio di postmodernismo cinematografico. Il narrare autocosciente, i meccanismi narrativi lasciati allo scoperto, l'incrocio tra racconto e metaracconto, tutto in un film girato bene, recitato bene, spiritoso. Da vedere.





13:48 | commenti (6)

06/03/2005

Il dolore perfetto
Siccome è domenica e sono pigro, invece che inizare come al solito con un mio breve riassunto del libro, lo copio dalla quarta di copertina:

Alla fine dell'ottocento un uomo parte da una città del sud per raggiungere Colle, un paesino toscano. è il Maestro, un giovane anarchico. La vedova Bartoli gli darà quattro figli: Ideale, Mikhail, Libertà e Cafiero. A Colle vivono anche i Bertorelli, ricchi commercianti di maiali: due famiglie che si uniscono quando la dolce e saggia Annina si innamora di Cafiero... Dagli ultimi anni dell'ottocento alla fine del secondo conflitto mondiale, le vie dei protagonisti si intrecciano alle trasformazioni imposte dal progresso, dalle guerre, dalle lotte sociali, in un romanzo che ha il profumo dei racconti ascoltati attorno a un fuoco nelle sere d'inverno.

Eccoci. Ho appena finito di leggere questo "racconto ascoltato attorno a un fuoco nelle sere d'inverno". Comprato 4 giorni fa per 5 euro in edicola, si presenta contradditoriamente con una prestigiosa (?) copertina rigida e stampato su infima cartaccia che neanche gli urania. La fascetta rossa sopra all'immagine-archetipo "la nonna da giovane" ci fa sapere (nel caso non l'avessimo già saputo) che stiamo tenendo tra le mani il vincitore del premio Strega, proprio come il Non ti muovere dell'anno scorso, comprato nella stessa edizione, che mi aveva fatto moderatamente schifo. Vabeh.

Questo Dolore perfetto non mi ha fatto schifo, ed è già qualcosa. Il titolo e la citazione di Gadda nell'esergo mi facevano pensare a tutt'altro tipo di libro; quello che ho trovato è una ricostruzione di 80-90 anni della vita di due famiglie, tratteggiata con pochi colori e con uno stile solido e piano da un narratore affettuoso, che sembra però costantemente cercare di mantenersi ad una certa distanza dai personaggi. I protagonisti sono tanti, e alcuni di questi condividono lo stesso nome; questa omonimia multipla e l'arco temporal-genealogico coperto dal racconto sembrano richiamare ai Cent'anni di solitudine Marquesiani, ma la citazione non va oltre.

Le vicende, tra amori, odi, rivalità, meschinerie, coraggio, ecc ecc, sono contornate e attutite dalla ruralità italiana nell'atto di industrializzarsi, e il quadro storico e sociale, sebbene reso abbastanza superficialmente, rimane convincente. I personaggi sono abbozzati, descritti con pochi tratti, e di loro non ci viene detto molto, come se non fosse necessario descriverceli perché li conosciamo già. Mentre si legge infatti la sensazione di stare ad ascoltare un nostro nonno che ci racconta le storie sue e dei suoi (e nostri) parenti è molto forte. Nel clima che ne risulta tutti i toni si smorzano, si uniformano, e il risultato si può collocare a metà strada tra la pacatezza dello sguardo di chi ricorda - e nella memoria fa rivivere ancora il passato - e la palpebra pericolosamente appesantita dal sonno dei figli e dei nipoti che stanno lì ad ascoltare.

Mi è piaciuto? Non mi è piaciuto? Insomma, sì e no. Da un lato il risultato è affascinante, a me ascoltare il passato raccontato dai miei nonni e zii è sempre piaciuto, e in questo libro un po' di quel piacere lo si ritrova. Dall'altro sta il fatto che quello che viene narrato non è il racconto di mio nonno, e nemmeno, sebbene l'autore dichiari di essersi basato su racconti di famiglia, della nonna di Riccarelli, e si vede. Si vede perché spesso si cade nel didascalico, nel trito, e le pagine lette sembrano voler chiedere a gran voce di essere trasformate in immagini, immagini composte da location e attori poco più che mediocri, immagini intervallate da pubblicità di pannolini e cibo per gatti. Insomma, in fiction. Il dolore perfetto è, in sostanza, materia per fiction. Fiction di qualità, intendiamoci, roba che guarderei: una specie di "Meglio gioventù" gonfiata su tre/quattro generazioni, da realizzare in 4 puntate da due ore emmezzo l'una. Ma non molto altro. Nel commento al premio, Tabucchi scrive "Un romanzo dall'ampio respiro che riprende con voce moderna quella linea della grande narrativa italiana che discende dall'affabulazione orale del Verga e dall'attenzione manzoniana per gli esclusi dalla storia". Beh, citare Manzoni e Verga mi pare eccessivo. Io mi accontenterei di citare un nostro nonno toscano a caso.

Il titolo del romanzo fa da leit-motif, e punteggia di "dolori perfetti" tutti i momenti salienti del racconto (dal che si capisce anche che l'allegria non la fa molto da padrone, per usare un eufemismo). 'Sta storia di avere un leit-motif nei libri mi ha sempre dato fastidio, lo trovo un trucchetto ad effetto da quattro soldi. Ogni volta che incontro il leit-motif in un romanzo mi sembra di guardare un telefilm con le risate registrate. Ma questo è un aspetto marginale e io sto divagando, veniamo al dunque: leggere o non leggere Il dolore perfetto?

Secondo me, questo libro si può leggere: per 5 euro ci si porta a casa un nonno-affabulatore tascabile che - grande vantaggio - possiamo chiudere e zittire quando ci sta annoiando senza che si offenda troppo per la nostra insensibilità e imperdonabile mancanza di rispetto. Molto più economico di una badante filippina. 

17:03 | commenti (2)

04/03/2005

Pelandolo fino ai nervi, così, per puro sadismo.
Fantastica riscrittura in tre parti distinte del Mazzantinesco Non ti muovere (e del Catino di zinco) su lamerotanti.

12:16 | commenti (1)

03/03/2005

161
È il numero di pagine che sono riuscito a reggere prima di piantare I canti del caos. Non sono pentito.
Peccato, perché l'idea del racconto che si genera dal nulla, la pura materia narrativa che esplode e si alimenta senza controllo solo di se stessa, inizialemente mi garbava parecchio.

16:59 | commenti (2)

24/02/2005

Il meglio che possa capitare a una brioche
Libro che ha fatto da intervallo nella lettura di Auto da fé di Canetti (esperienza dolorosa e sofferente a livelli quasi intollerabili), questo esordio dello spagnolo Tusset è un libretto caruccio e dimenticabile.

La trama ruota attorno alla scomparsa del rampante fratello primogenito (Sebastian, The First) di Pablo, protagonista e voce narrante. Questi, un trentenne obeso perdigiorno alcolizzato e spinellomane, è l'archetipo della pecora nera di una agiatissima famiglia borghese: vive in un laido appartamento in uno stabile di proprietà dei suoi genitori, è senza lavoro e senza intenzione di cercarne uno, è senza donna e senza intenzione di cercarne una (a meno che non sia una professionista e che si faccia pagare per le sue prestazioni), e le sue uniche occupazioni si riducono a sbronzarsi la sera nel bar di Luigi, a uscire saltuariamente con la sua amica Fina e alla presidenza di un circolo filosofico online d'avanguardia: il Metaphysical Club.

Il libro racconta degli sforzi (tutt'altro che erculei, beninteso) di Pablo per cercare di capire in che guaio si sia ficcato l'odiato fratello maggiore, e si strutturerebbe quindi come un giallo-noir se non fosse chiaro fin dalle prime pagine che la vicenda è un semplice pretesto per dare occasione all'autore di parlare del suo spiritoso strafottente protagonista e di fargli commentare le diverse situazioni nelle quali viene a trovarsi, illuminandoci con la sua visione del mondo e con i suoi valori decisamente non ortodossi. Tolto Pablo, del romanzo rimane poco: l'intreccio è debole, poco credibile, i personaggi secondari macchiette poco definite. Fortunatamente però Pablo c'è ed è in grado con la sua poderosa mole (40 chili di troppo) di reggere tutto il peso del racconto. Lo stile con cui descrive le sue vicissitudini sembra a tratti quello di Tibor Fischer (anche se quello minore de La Gang del pensiero) e il suo umorismo sfacciato e caustico è riuscito spesso a dipingere un ghigno sulla mia faccia di lettore. Il finale (non è uno spoiler, tranquilli) che sembrerebbe da un lato la parte più debole del libro dal punto di vista giallistico, rappresenta la completa apoteosi della Pablo's way of life, e per questo secondo me è invece una chiusa perfetta. 

17:09 | commenti (2)

22/02/2005

La crème de la crème
Tabucchi è stato nominato per il International Booker Prize, ma le sue chanche di vittoria appaiono piuttosto scarse.
Tabucchi?!

10:51 | commenti (3)

21/02/2005

TV Shows
Ovvero come ogni giorno in questo periodo sto occupando l'ora che va dalle 19:30 alle 20:30, approfittando del mio nuovo lettore DVD-Divx:
  • Sex & the City - lo avevo ignorato completamente quando è stato dato in TV. Ho recuperato con i DVD di Sorrisi (e con opportuni download delle due serie mancanti). Fantastico.
  • Committed - Classica sitcom set + tre telecamere. Una specie di Darma & Greg, ma più cattivella e politically uncorrect. Carina. Scaricata settimanalmente con BitTorrent.
  • Lost - Un aereo si schianta su di un'isola tropicale, i passeggeri cercano di sopravvivere. Ovviamente l'isola cela qualcosa. Per ora pare bella, ma non sono sicuro di come risulterà con il passare delle puntate. BitTorrent pure qui, tra poco comunque arriverà su FOX.
  • Arrested Development (seconda serie) - Non ce l'ho fatta ad aspettare SKY, scaricata pure questa. Secondo me è uno show geniale.
  • Coupling - Sitcom inglese, una specie di Friends sessualmente più esplicita. Molto spassosa, originale nel modo con cui molte puntate vengono decostruite temporalmente. MTV sta trasmettendo le prime 3 serie (che avevo visto su SKY) in tarda serata, la quarta l'ho scaricata.
  • Firefly - Western + fantascienza, cavalli e astronavi. Visto solo il pilota. Pare bella. Non so se arriverà mai in Italia. Maggiori indicazioni in futuro.
  • Desperate Housewives - per ora ho visto solo il pilota (FOX Life), e mi è piaciuto tantissimo. Promette meraviglie.
  • Unscripted - Vite di attori dilettanti o quasi. Regia di George Clooney, produzione di Soderbergh. Gli episodi sono semi-improvvisati. Per ora (ho visto due episodi) non mi entusiasma. Sto pensando di mollarla.
  • Veronica Mars - una bionda teenager che tra un compito in classe e l'altro aiuta papà con la sua agenzia investigativa. Meno peggio di quanto sembri, ma non so se andrò avanti.

11:39 | commenti (3)

17/02/2005

Miéville e la Fantascienza Socialista
Una rassegna commentata da Miéville su 50 opere fantascientifiche scelte not just because of their quality—which though mostly good, is variable—but because the politics they embed (deliberately or not) are of particular interest to socialists.

11:08 | commenti (3)

Guida intergalattica: il trailer
È uscito, su Amazon.

11:07 | commenti (3)

11/02/2005

Improbable
Niente di che, il solito thriller inutile.

Pompato come fosse chissà che rivoluzione del genere ("Il libro che ha fatto cambiare idea alla Feltrinelli!") non fa in verità assolutamente niente per provarci. Oltre a personaggi meno interessanti di un ciocco di legno, dialoghi e trama (quelli sì) improbabili, il nostro Fawer non si fa mancare niente: lo scienziato pazzo, il governo, la mafia russa, la spia doppiogiochista, i cinesi, e scappa scappa, e spara, e la pazzia, e il potere, e scappa ancora, e i sogni, e cheppalle. Tutto condito con 3 nozioni 3 di fisica quantistica e statistica presentate in modo equivoco e impreciso. L'ho piantato a metà.

14:20 | commenti (6)

28/01/2005

Nove gradi di libertà
Ennesima lettura del sottoscritto provocata dalla curiosità suscitata da un libro differente. Il colpevole questa volta è l'ultima opera di David Mitchell, Cloud Atlas: finalista al Booker di quest'anno e non ancora tradotto da noi. L'autore è David Mitchell: un giovane, talentuoso inglese con un attivo di 3 libri (il primo è questo NGdL, mentre il secondo è Sogno numero 9, anch'esso finalista al Booker nel 2001).

NGdL, libro d'esordio di Mitchell pubblicato in italia da Frassinelli, è formato da nove racconti (55 pagine l'uno circa, che vista la moda Wallace-iana si potrebbero definire "nove romanzi brevi") collegati tra loro in modo più o meno lasco.

Le voci narranti dei racconti non potrebbero essere meglio assortite: un attentatore fanatico appartenente ad una setta giapponese, un banchiere inglese di stanza ad Hong Kong, un commesso di un negozio di dischi di Tokio, una donna che gestisce una locanda/ristoro ai piedi di una montagna sacra, uno spirito che vaga di corpo in corpo in cerca delle sue radici, una sorvegliante-ladra d'arte all'ermitage, uno "scrittore conto terzi" londinese, una fisica scozzese in fuga, un deejay notturno di New York.

Tutti questi personaggi non si conoscono tra di loro o quasi, ma in un modo o nell'altro si trovano ad avere a che fare gli uni con gli altri tramite un meccanismo di affinità e incroci analogo a quello che Altman ha utilizzato in America, oggi per fondere in un unico film i racconti di Carver.

Se volessi parlare male di NGdL potrei avventurarmi attaccando a testa alta la sua evidente disomogeneità, proseguire sprezzante additando il meccanismo di fusione dei racconti come un trucco a buon mercato per superare l'incapacità dell'autore di gestire forma narrativa del romanzo (escamotage presente in tutte le sue opere) e terminare con la critica alla dubbia riuscita e alla fumosità del disegno generale risultante dall'accostamento dei nove pezzi del collage. Lo potrei fare in buona fede, perché questi difetti li ho effettivamente avvertiti.

Però non voglio parlare male di questo libro, anzi, voglio consigliarvelo. Avrò io un debole per chi ha il dono del saper ben raccontare una storia, sarò inaffidabile nel giudicare chi ha talento, e non ci pensa due volte prima di metterlo alla prova affrontando ambientazioni stravaganti, differenti epoche storiche, culture contrapposte, e riuscendo a uscirne sempre con freschezza e credibilità; sarò sicuramente di parte quando mi capitano sotto gli occhi scrittori che sanno dosare ironia e introspezione e riescono a soffiare vita in modo originale nei loro personaggi; per tutti questi motivi sarò quindi  inaffidabile quando dico che Nove gradi di Libertà è un libro da leggere, da leggere, da leggere. È un libro che ti acchiappa per nove volte di fila, e per altrettante volte ti fa dispiacere dell'arrivo del finale. Alcuni racconti sono meno riusciti di altri, è vero, ma nel mazzo ce ne sono di assolutamente imperdibili, la tavolozza espressiva di Mitchell è amplissima, come qualità di scrittura siamo veramente, veramente in alto.

Detto tutto questo, ancora più convinto mi rimetto in attesa che Cloud Atlas sia pubblicato in paperback per poterlo ordinare da play.com

17:02 | commenti (4)

06/01/2005

Perché Prague andrebbe tradotto e pubblicato in Italia
Esco dal letargo perché ho incotrato un libro bellissimo.

Mi sono imbattuto in "Prague" (Praga) sfogliando IBS. La mia curiosità era stata stuzzicata da un libro appena uscito per Rizzoli: "L'archeologo" (The Egyptologist). I pochi (due) commenti presenti, abbastanza positivi, mi hanno spinto a vedere cosa ne dicessero gli americani del suddetto libro; sono andato dunque a leggere i commenti (in genere, ho notato, non proprio affidabili, ma vabeh) presenti su amazon.com

Anche su Amazon il parere dei lettori circa The Egyptologist è mediamente positivo, ma la cosa più interessante che ho appreso è che il libro è l'opera seconda di un autore piuttosto giovane. Gran parte dei commenti in effetti paragonano The Egyptologist al precedente libro (Prague, appunto) e mi han fatto intendere che (1) Prague è stato un debutto "col botto" e (2) The Egyptologist è un libro completamente differente dal primo: mentre il secondo è - se non ho compreso male - una specie di "thriller archeologico" scritto con cura e stile, il primo è una specie di "romanzo di formazione" scritto con cura e stile.

Sempre più incuriosito, e deciso a provare a leggere qualcosa di questo Phillips, sono infine riuscito a mettere le mani sulla versione in lingua originale di Praga, e ne sono rimasto folgorato.

La prima cosa di Praga che colpisce il lettore è indubbiamente il grande stile con cui è scritto. Phillips scrive con leggerezza e acume, e ci sa decisamente fare. Il suo inglese è sontuoso, ricercato e preciso senza risultare mai ingessato o artificioso, e si accompagna in ogni pagina da una gradevole spiritosa freschezza e un'originale inventiva lessicale.

Per darvi un'idea sommaria di come sia la scrittura di Phillips potrei dire che è un Dave Eggers non ossessionato dal mettere in mostra il suo esuberante ma ingombrante talento narrativo, e con qualcosa da raccontare[*].

Ma veniamo al libro, cominciando a spiegare il titolo: Praga è un romanzo che parla di Budapest, e delle vicende nella capitale ungherese di un gruppo di espatriati americani nel corso del 1990, nei mesi successivi all'abbandono della nazione da parte dei russi. I motivi che han portato ognuno dei personaggi a trasferirsi nella capitale europea sono diversi, ma tutti hanno a che vedere con le brulicanti possibilità che il particolare momento storico sembrerebbe promettere. Ben presto però per tutti i personaggi non ungheresi del libro la città di Praga si rivela il posto decisamente più fico dove si vorrebbe essere, il termine di paragone, il luogo dove le cose succedono davvero, Budapest essendo, in sostanza, un surrogato appena accettabile. Questo "guardare altrove" è uno dei grandi temi che percorrono le 400 pagine del romanzo, e si declina in molte varianti: geografiche (Praga, appunto), affettive, temporali (lo sguardo nostalgico verso il passato, qualsiasi passato, tema esposto per la maggior parte da Mark uno studioso di "nostagiologia"). Un altro tema ricorrente è l'autenticità dei rapporti tra le persone, efficacemente simboleggiata in apertura dal gioco al quale i cinque personaggi principali stanno partecipando, Sincerità[**], e tramite il quale ci vengono abilmente presentati.

Praga non è un libro "di trama", ma "di personaggi". Non succedono cose incredibili, non ci sono colpi di scena o decine di snodi nella narrazione (sebbene delle cose succedano, eccome!). Ma è sufficiente all'autore cominciare a descrivere un pub e la gente che in quel momento è contenuta, che la pagina si illumina, la prosa appassiona. La protagonista assoluta del racconto è senza dubbio Budapest, i suoi edifici, le sue vie, imbevute e grondanti storia e storie presenti e passate, significati e simboli più o meno velati: un palcoscenico perfetto.

Perché "Prague", di Arthur Phillips, deve essere tradotto e pubblicato anche da noi?

Sostanzialmente perché ora in Italia, a mia conoscenza, non esiste né un libro né uno scrittore del genere (sarei felice di essere smentito), in grado di essere intimo ma non ombelicale, tecnicamente mirabile senza perdersi in gigioneggiamenti fastidiosi, con spessore ma non con gravità, che racconti storie e personaggi con profondità e naturalezza, divertendosi e divertendo.

Rizzoli, eddai, fa' sto sforzo.
 


[*] C'è da dire che di Eggers ho letto solo L'opera struggente..., che mi è abbastanza piaciuta ma nella quale ho trovato anche diversi difetti. Ho in programma la lettura di "Conoscerete la nostra velocità".

[**] A tal proposito, ecco l'inizio del romanzo:

THE DECEPTIVELY SIMPLE RULES OF THE GAME SINCERITY, AS played late one Friday afternoon in May 1990 on the terrace of the Café Gerbeaud in Budapest, Hungary:

1. Players (in this case, five) arrange themselves around a small café table and impatiently await their order, haphazardly recorded by a sulky and distracted waitress with amusing boots: dollhouse cups of espresso, dense blocks of cake glazed with Art Nouveau swirls of translucent caramel, skimpy sandwiches dusted red-orange with the national spice, glass thimbles of sweet or bitter or smoky liqueurs, tumblers of bubbling water ostensibly hunted and captured from virgin springs high in the Carpathian Mountains.

2. Proceeding circularly, players make apparently sincere statements, one statement per turn. Verifiable statements of fact are inadmissible. Play proceeds accordingly for four rounds. In this case, the game would therefore consist of twenty apparently sincere statements. Interrupting competition with discursive or disruptive conversation, or auxiliary lies, is permitted and praiseworthy.

3. Of the four statements a player makes during the course of the game, only one is permitted to be "true" or "sincere." The other three are "lies." Players closely guard the identity of their true statements, the ability to simulate embarrassment, confusion, anger, shock, or pain being highly prized.

4. Players attempt to identify which of their opponents' statements were true. Player A guesses which statements of players B, C, D, and E were true. Player B then does the same for players A, C, D, and E, et cetera. A scoring grid is made on a crumb-dusted cocktail napkin with a monogrammed (cmg) fountain pen.

5. Players reveal their sincere statements. A player receives one point for each of his or her lies accepted by an opponent as true and one point for each identification of an opponent's true statement. In today's game of five people, a perfect score would be eight: four for leading each poor sap by the nose and four more for seeing through their feeble, transparent efforts at deception.


SINCERITY—A STAPLE AMONG CERTAIN CIRCLES OF YOUNG FOREIGNERS living in Budapest immediately following 1989–90's hissing, flapping deflation of Communism—is coincidentally the much-admired invention of one of the five players in this very match, this very afternoon in May. Charles Gábor, when with people his own age, seems always to be the host, and at this small café table on this sunny patio he reigns confidently and serenely. He resembles an Art Deco picture of a 1920s dandy: long fingers, measured movements, smooth and gleaming panels of black hair, an audaciously collegiate tie, crisp pleated slacks of a favorite cotton twill, a humorously pointed nose, a sly half-smile, one eyebrow engineered for expressivity. Under the green and interlacing trees surrounding the terrace and nodding over the heads of tourists, resident foreigners, and the occasional Hungarian, Charles Gábor sits with four other Westerners, an unlikely group pieced together these past few weeks from parties and family references, friend-of-friend-of-friend happenstance, and (in one case, just now being introduced) sheer, scarcely tolerable intrusiveness—five people who, in normal life back home, would have been satisfied never to have known one another.

Five young expatriates hunch around an undersized café table: a moment of total insignificance, and not without a powerful whiff of cliché.

Unless you were one of them. Then this meaningless, overdrawn moment may (then or later) seem to be somehow the summation of both an era and your own youth, your undeniably defining afternoon (though you can hardly say that aloud without making a joke of it). Somehow this one game of Sincerity becomes the distilled recollection of a much longer series of events. It persistently rises to the surface of your memory—that afternoon when you fell in love with a person or a place or a mood, when you savored the power of fooling everyone, when you discovered some great truth about the world, when (like a baby duck glimpsing your quacking mother's waddling rear for the first time) an indelible brand was seared into your heart, which is, of course, a finite space with limited room for searing.

(tratto da http://www.praguethenovel.com/excerpt.html )
 

17:18 | commenti (4)

02/11/2004

Jersey Girl

È un film che, nonostante sia colmo di miele e zucchero, risulta tollerabile. Bisogna scordarsi che lo ha girato K. Smith e non aspettarsi un altro Chasing Amy, altrimenti si rimane delusissimi.

Ad un certo punto ci si chiede se il buon Silent Bob si diverta a infilare il più alto numero possibile di stracotti luoghi comuni cinematografici. Sembra fatto veramente apposta, non ci credo che il panzuto regista non se ne rendesse conto mentre scriveva la sceneggiatura.

Ben Afflek e il dolciume colante copioso dallo schermo attirerà le fanciulle; Liv Tyler è la scappatoia morale che i maschietti possono trovare per giustificare il loro ingresso in sala. Comunque la recitazione di entrambi è sullo scarso andante, e la storia sciapa e a tratti forzata non li aiuta di certo.

Rimanendo il tutto divertentucolo, si sopporta. Non mi ricordo chi diceva che dovrebbe esserci un limite al numero di secondi in cui nei film viene inquadrato nient'altro che un infante carinissimo e gorgogliante. Comunque sia, in Jersey Girl quella soglia di tolleranza viene abbondantemente superata.

Voto: 6

10:15 | commenti (4)

21/10/2004

Neal Stephenson risponde
Bella, interessante e divertente intervista collettiva Slashdot-style all'autore di Snow Crash, Cryptonomicon e altri bei libri.

00:51 | commenti (3)

20/10/2004

Voto elettronico
Divertente animazione sulle imminenti votazioni automatizzate americane.

13:32 | commenti (3)

17/10/2004

Zero Kill?
Cosa più unica che rara, sabato ero in libreria e dopo aver tenuto in mano un libro sono uscito senza comprarlo; però mi è rimasto sul gozzo, e visto che cercando in internet non ho trovato granché a riguardo (a parte il parere positivo del traduttore, MarsilioBlack) vi rivolgo questo accorato appello: c'è qualcuno che abbia letto l'ultimo libro del franco-algerino Benmiloud Yassir e voglia darmene un parere pacato?
Se invece avete letto l'altro suo, Allah Superstar, e volete commentare quello va bene uguale, ché non ho la minima idea di come sia l'autore.

18:28 | commenti (5)

15/10/2004

Narrativa sommersa
Una panoramica firmata Giulio Mozzi sulla narrativa che in genere non si legge e i suoi filoni principali.

11:31 | commenti (6)

Collateral
Se non si fa troppo caso alla sforacchiata storia del tutto implausibile e artificiosa, rimane un film ottimamente girato e interpretato. Bella la fotografia, bella Los Angeles di notte. Un paio di ottime scene, un finale scontato risolto un po' goffamente.



Voto: 7

00:29 | commenti (1)

13/10/2004

L'elenco telefonico di Atlantide

Mi piace come scrive Avoledo. Mi piace la sua arguzia, mi piace il ritmo che dà alla pagina. Mi piacciono i mille espedienti che si inventa per tener desta l'attenzione e rendere interessante quello che racconta. Mi piace il protagonista, probabilmente suo alter-ego. Mi piace, mi piace ma. Il ma arriva verso metà libro, quando le cose dovrebbero cominciare a farsi davvero interessanti, nel momento in cui si svela una bella fetta del mistero, ecco, lì il tutto ha cominciato a piacermi meno. In questo libro il paradosso è che si leggono capitoli interi nei quali non succede praticamente niente con gusto e divertimento, e quando qualcosa di veramente pertinente alla storia comincia a succedere, il tono cala, le perplessità aumentano, l'interesse, che dovrebbe aumentare, scema.

Nei capitoli familiari, condominiali, bancari, insomma, dall'inizio fino a pagina 250 circa, questo libro è uno spasso. Infila piccole schegge di inquietudine sottopelle con disinvoltura mentre ti fa sorridere della quotidianità, descritta con intelligenza e sincerità. È spigliato e disinvolto nel raccontare, sembra procedere come un treno fino a che... Fino a che la materia che dovrebbe costituire il nocciolo fantastico della storia pare diventi inaspettatamente troppo dura da masticare per l'autore, si riveli narrativamente troppo difficile da gestire. Sembra quasi che Avoledo non sia a suo agio nel tracciare trame che esulino dal reale, cosa spiacevole per il tipo di libro che questo Elenco si prefigge di essere.

La rete nella quale eravamo avvinghiati si sfilaccia invece di farsi più stretta. La confusione aumenta. Lo humor (che non manca mai) tracima un po' troppo. Non sono arrivato mai a pensare di abbandonare, quello no. Si continua a leggere, sperando anche in una riscossa, ma il piacere diminuisce fino ad arrivare al finale. Ecco, il finale mi ha fatto rimanere malissimo: squallido stravisto e abusatissimo espediente da quattro soldi che giustifica tutto, è la cosa peggiore del libro. Peccato.

Tenendo presente che questo era un esordio (col botto di vendite, comunque), spero andrà meglio nel Mare di Bering.

Voto: [◊◊---]

23:33 | commenti (3)

:grok: /grok/, var. /grohk/ vt. [from the novel "Stranger in a Strange Land", by Robert A. Heinlein, where it is a Martian word meaning literally `to drink' and metaphorically `to be one with'] The emphatic form is `grok in fullness'. 1. To understand, usually in a global sense. Connotes intimate and exhaustive knowledge.
-- The Jargon File 3.2.0






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